Lo hanno trovato carbonizzato dalle fiamme. Aveva ventisette anni, romeno, uno degli occupanti del capannone in cui viveva e che ieri è stato devastato da un incendio divampato probabilmente a causa di un braciere utilizzato come riscaldamento di fortuna.
Il capannone occupato da una trentina di famiglie rom è a pochi passi dall’ex Aiazzone, dove esattamente un anno fa, bruciato da altre fiamme, moriva Alì Muse. Era uno dei cento somali che viveva in condizioni di estrema precarietà nel capannone abbandonato.
Non siamo ancora a gennaio e Firenze ha già il suo primo morto di emergenza abitativa. Perché resta quella la matrice negata di tragedie annunciate come queste.

Poche settimane fa il programma televisivo Quinta Colonna si collegava dall’Osmannoro per denunciare lo scandalo dell’occupazione del capannone abbandonato in cui sono andati a vivere i rom, dipinti come furbetti e privilegiati a cui viene permesso di non pagare affitto e bollette senza che nessuno intervenga. Un’occasione come tante per riproporre il solito ritornello di istigazione alla guerra tra poveri… per legittimare la guerra ai poveri portata avanti a livello istituzione. Ma senza mai nominare la povertà: il problema sono i profughi, gli immigrati, gli abusivi, gli occupanti o come in questo caso gli zingari.

Rispondendo alla domanda della giornalista Mediaset “ma le istituzioni non vi hanno detto nulla?”, una donna spiegava che la Questura gli aveva detto che lì potevano stare.
Quella che viene presentata in maniera idiota – o meglio, infame – come la prova della connivenza tra istituzioni e “privilegi degli immigrati”, svela invece la realtà della cose: per chi governa l’Osmannoro è una perfetta discarica per poveri. Periferia industriale e invivibile, rappresenta il posto giusto in cui marginalizzare le povertà.

Nei capannoni industriali attivi si consuma l’iper-sfruttamento dei lavoratori del tessile, sulla base della quale le “fabbriche dei cinesi” riescono a garantire prezzi stracciati alle grandi firme italiane per conto delle quali producono. I capannoni in disuso, invece, sono il posto giusto in cui consentire ad un povero di vivere (di merda). Invisibile. Anche da abusivo. Stanno qui le ragioni della tolleranza (o condanna?) istituzionale.

Il problema sono i poveri che non sanno stare al proprio posto. E’ di loro che si preoccupano i Comitati per l’ordine pubblico, le Prefetture e le Questure. Quegli insolenti che pensano di prendersi il diritto di vivere in una casa dignitosa, magari sfondando la porta di una delle tante case sfitte detenute dalle banche nei quartieri residenziali della città. Quelli non hanno soldi per un affitto e occupano per vivere come gli altri. E’ contro di loro che pesa “l’urgenza degli sgomberi” eseguiti con centinaia di divise ben equipaggiate. Difficilmente vedremo scene come quelle di piazza Indipendenza a Roma per liberare un capanonne inivivibile all’estrema periferia di una città. Quel giorno gli idranti e le cariche della polizia si fermarono solo una volta raggiunto l’obiettivo: bonificare il centro e costringere i migranti che si erano accampati nella centralissima piazza romana a infoltire le schiere di senza casa che dormono nei giardini della periferia. Rimessi al loro posto, come mostravano alcuni servizi televisivi nei giorni successivi, pronti a essere oggetto della prossima campagna contro il “degrado delle periferie”.

Sull’ennesimo morto si affrettano già gli sciacalli e gli ipocriti. In nome suo c’è chi richiede sgomberi. I media ricollocano la questione nel tema “degrado nelle periferie”, dove il problema tornano a essere i poveri e non la povertà. E’ un intero discorso da ribaltare. Il problema dei poveri sono le periferie, non il contrario.

C’è bisogno di assumere questo punto di vista per iniziare ad immaginare un percorso di riscatto che sappia affrontare la questione del “degrado” per quello davvero questa rappresenta: l’insopportabilità di una condizione di vita proletaria (… e cosa sono le periferie industriali se non il luogo che al meglio concentra, rappresenta e organizza questa insopportabile invivibilità?). Dal punto di vista di chi la subisce, a partire dai territori geografici e sociali della marginalizzazione coatta.

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