Non scendiamo da quest’altezza

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Appunti su epica e conflitto a partire dallo sgombero di Toselli

 “I grandi protagonisti shakespeariani, che portano in sé il proprio destino, compiono irresistibilmente la loro vana e mortale corsa alla catastrofe, si giustiziano da sé […] Vittime umane da ogni parte! Barbari divertimenti! I barbari, lo sappiamo possiedono un’arte. Ma noi, facciamone un’altra” B.Brecht. Scritti teatrali

 

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto…
Così inizia il celebre proemio dell’Orlando Furioso, esempio principe dell’epica italiana.
Le audaci imprese.
Non è un caso che in mezzo a cavalieri, armi e amori, tematiche che appartengono a tutti i generi letterari del periodo e non solo, troviamo quelle audaci imprese.
Le audaci imprese sono la cifra caratteristica dell’epica.
Non sono forse le audaci imprese che ci ricordiamo quando pensiamo ad Ulisse, ad Ettore o ad Achille? Archetipi di tutti gli eroi epici della tradizione letteraria.
L’azione è ciò che caratterizza l’epica, un’azione che si riempie di senso, che, in un modo o nell’altro, impatta sulla Storia, quella con la S maiuscola, sfondo e contenitore, croce e delizia di tutte le “imprese”.

Perché?

Perché in fondo quello che leggiamo in queste storie è la possibilità di cambiare il corso della Storia, di interromperla e volgerla di segno. Se l’epica smette di celebrare il potere dominante diventa un’arma nelle mani degli oppressi, il punto di vista della contro narrazione.
Balestrini sceglie l’epica per narrare il 69 a Torino, gli scontri di Corso Traiano e la storia dell’Autonomia.
I Wu Ming pochi anni fa si interrogavano su quanto emerga di epico nelle pieghe della nuova narrativa italiana, con uno sguardo particolare sulle pieghe del romanzo storico, ma di che storia si parla?

La storia dal punto di vista del riscatto.

La grande narrazione dell’essere contro, ad una certa altezza si fa narrazione epica.
Certo. Ma a ben guardare la narrazione può farsi epica perché sono le vicende ad esserlo già in sé (in fondo l’epica non nasce proprio a partire dal racconto orale? Da quella “esperienza che passa di bocca in bocca” come diceva Brecht?).
In un agosto non troppo caldo a Firenze abbiamo vissuto una di queste vicende, non l’unica che abbiamo mai vissuto, né probabilmente la politicamente più importante, ma una scommessa coraggiosa ha dato modo di dispiegarsi ad una rinnovata voglia di conflitto.
Uno sgombero di uno stabile occupato si è trasformato in una di quelle audaci imprese che ci mostrano un’eccedenza che ha superato di gran lunga la semplice difesa di un posto.
Giovani, occupanti di case, studenti, compagni e compagne più o meno giovani si sono identificati con la resistenza di 12 ragazzi all’irruzione della polizia, si sono identificati con tre ragazzi rimasti sul tetto quasi due giorni, sentendo che era necessario esserci perché in quel momento si stava giocando una partita importante, in cui la vittoria o la sconfitta non sarebbe stata determinata dall’impedire lo sgombero.
La vittoria si riassumeva nella capacità stessa di porre in essere quell’audace impresa collettiva capace di produrre una rottura.
Una rottura che ci appare come discontinuità, come possibilità.
“La coscienza di far saltare il continuum della storia è propria delle classi rivoluzionarie nell’attimo della loro azione”, diceva Benjamin, e si noti che la coscienza si lega all’azione, non ad una qualche forma di esercizio filosofico più o meno stiloso che illumini le menti delle masse.

Ma che tipo di identificazione è quella che si è prodotta?

Non è certo l’identificazione che avviene fra lettore e personaggio in un romanzo, non è la compartecipazione emotiva a un tormento interiore o a una vicenda personale.
Noi di quei ragazzi sul tetto non sappiamo niente: non sappiamo quanti anni abbiano, non sappiamo cosa stanno provando, non ci identifichiamo con le loro storie d’amore o i loro litigi, che non solo non conosciamo, ma non ci interessano.
Non ci identifichiamo nemmeno appieno con la loro ipotesi politica e in ogni caso non è quello che ha tenuto unito un presidio nel fermare un camion dei pompieri e resistere alle cariche della polizia.
Non è  il topos dell’eroe romantico, evocato spesso da giornalisti e sociologi a proposito dei protagonisti dei movimenti sociali soprattutto se giovani e occidentali (basti pensare alla fotografia dei due ragazzi abbracciati durante gli scontri del 12 aprile a Roma che qualche anno fa è stata la copertina di diversi quotidiani, suscitando non poca indignazione negli ignari protagonisti della vicenda), il filtro  con cui una parte della città ha guardato a quella vicenda.

E’ il filtro dell’epica che ha riempito gli occhi di tutti quelli che in quella situazione hanno sentito necessario esserci, quel filtro che ha reso una vicenda come tante una vicenda di tutti.
L’eroe epico diviene così, un personaggio collettivo.
Balestrini, interrogato su Vogliamo Tutto, affermava che il romanzo stesso (e l’epica) è “l’operazione forzosa di tipizzare nella storia, nelle esperienze di un unico personaggio, tutto il comportamento di quello strato sociale che è stato definito operaio-massa”.
Tipizzare nella storia: ovvero creare personaggi che non ci condurranno per mano nel loro mondo interiore, ma che diventeranno simboli viventi di una storia collettiva.
E la nostra storia inizia ad essere prima di tutto nella possibilità di essere contro.
Una possibilità non donchisciottesca, ma una possibilità reale fatta dai corpi, dai cuori e dai cervelli di tutti coloro che vedono in questo essere contro una via di riscatto.
E allora forse è proprio questo che rimarrà nella nostra narrazione collettiva, che rimarrà come coraggio per noi e monito per le controparti.
Un essere contro che inizia ad essere e funzionare come esempio e possibilità.
Un essere contro che sente di aver vinto una battaglia nonostante gli arresti e la perdita di un’ occupazione, perché sono vittorie quelle che portano tutti un balzo in avanti.
L’epica, come la Storia può cambiare di segno, può smettere di celebrare i fasti delle classi dominanti per narrare le imprese degli oppressi e dei rivoltosi di ogni epoca.
Così la storia di Ulisse che inganna Polifemo dicendogli di chiamarsi Nessuno può apparirci sotto una nuova luce: non più la celebrazione dell’astuzia individuale, ma un ingranaggio collettivo in cui nessuno è un eroe perché tutti possono esserlo, in cui quel Nessuno è composto da tutti i volti anonimi che al momento giusto hanno saputo stare dalla parte di quelli che alla Storia vogliono dare una spinta.

Montale diceva che la vita o si vive o si scrive, esiste un’altezza in cui la vita stessa diventa narrazione.

 

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