Quaranta milioni di euro: per chi?

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Nonostante la scarsa rilevanza mediatica data dai giornali locali, la notizia del surplus di 40 milioni di euro con il quale il Comune di Firenze ha chiuso il bilancio del 2015 ha già iniziato a rimbalzare sui social network e nei passaparola.
Difficile non leggere questo fatto come un vero e proprio insulto a tutti coloro che durante quest’anno hanno toccato con mano gli effetti di un crescente taglio ai servizi pubblici e al welfare, la privatizzazione de facto delle scuole dell’infanzia, l’assenza totale di riposte all’emergenza abitativa. Giusto per fare alcuni esempi.
Ci dispiace, ma non ci sono soldi: migliaia di persone in questa città sono state abituate a veder liquidare così le proprie istanze. Porte chiuse in faccia alle famiglie sotto sfratto e a quelle in attesa di una casa popolare, ai genitori indebitati per i costi esosi della scuola “pubblica”, agli inquilini ERP che vivono in case fatiscenti, ai tantissimi impoveriti che dai Servizi Sociali continuano a ricevere più umiliazioni che contributi, agli studenti costretti a frequentare scuole inagibili e/o piene di amianto.
Sulla pelle di questo pezzo di città la giunta Nardella ha costruito il suo “tesoretto”: amministrando la città come si amministra un’azienda e guardando alla spesa sociale come a una “forma di paternalismo da riformare”.
Oggi il Partito Democratico arriva addirittura a vantarsi dell’utile accumulato in un anno di austerità, e annuncia che i 40 milioni verranno utilizzati nel 2016. Ma per cosa?
Investimenti per “nuove opportunità di impresa” (!). Ed è già evidente che il tesoretto di 40 milioni verrà utilizzato per l’ennesima ridistribuzione verso l’alto della ricchezza sociale, con qualche briciola da far cadere dal tavolo per i ceti medi sotto forma di lievi sgravi fiscali (ci saranno pur sempre delle elezioni da vincere). Nella “città del futuro” di cui parla l’assessore Perra i bisogni degli abitanti semplicemente non contano nulla, né tantomeno sono una priorità.
Ma il problema non è solo quantitativo.  Il “welfare riformato” è quello in cui – già adesso – i soldi pubblici stanziati sotto capitoli di spesa sociale come “casa” o “inclusione sociale” finiscono in buona parte nelle tasche dei privati (i soliti). Aziendalizzazione del welfare e messa a valore di tutto, anche della povertà. Ed è probabile che anche a Firenze si guadagni di più “gestendo” l’emergenza abitativa che con lo spaccio di droga. Settanta euro a notte (2100 al mese) per ospitare – temporaneamente – nelle strutture per l’emergenza abitativa una donna con un minore vittime di uno sfratto. Soldi sprecati. Dignità calpestate. E le cooperative ingrassano. Non stupisce quindi che la giunta Nardella abbia moltiplicato negli anni i milioni di euro destinati alla politica delle “strutture”, preferendola a vere politiche di contrasto all’emergenza e a garanzia del diritto alla casa.
Insomma, questi 40 milioni sono solo una parte delle risorse quotidianamente negate a un vero utilizzo sociale. Ed è proprio la città delle periferie e della crisi economica che il 28 maggio scenderà in piazza per rivendicare per sé e per i propri bisogni l’utilizzo delle risorse pubbliche, a partire dai 40 milioni parcheggiati in bilancio.
Oggi più che mai è importante entrare senza mezzi termini in rotta di collisione con il PD su tutti i livelli di governo. Dalla lotta per la casa alla battaglia NoInc, passando per le mobilitazioni contro le scuole dell’infanzia in appalto, il progetto di una Firenze a immagine e somiglianza del renzismo è costretta a fare i conti con l’emergere di importanti istanze dal basso. Sui nostri territori, sulle risorse pubbliche, sulle nostre vite decidiamo noi: è così che le lotte possono delegittimare un governo della città prepotente e autoritario.
La sfida lanciata dai comitati di lotta per la casa può aprire spazi politici ampi, guardando al nodo delle risorse pubbliche come a un terreno di contrapposizione trasversale e imprescindibile attorno al quale tessere nuove trame di ricomposizione e riscatto.