Dopo lo sciopero del 27 ottobre, che già aveva portato scompiglio al liceo Capponi, gli studenti sono tornati farsi sentire con una nuova giornata di lotta contro il meccanismo di sfruttamento che va sotto il nome di “alternanza scuola lavoro” e più in generale contro una scuola sempre più ostile ai bisogni e ai desideri degli studenti. Un giornata di braccio di ferro con la presidenza che si è poi vista costretta a cedere su alcune delle richieste degli studenti. Come successo alcuni giorni fa anche all’istituto Salvemini. Perché la lotta paga, e anche (…soprattutto) dentro lo spazio angusto della “buona scuola” lottare resta per gli studenti l’unico modo di tornare a contare e iniziare a costruire un riscatto possibile. Abbiamo parlato con alcuni di loro…

F: Potreste raccontarci questa giornata di lotta e la sua genesi, cioè se siamo arrivati a oggi anche a partire da cose successe nelle scorse settimane?

M: Già dall’inizio di quest’anno siamo partiti e partite con una serie di rivendicazioni da portare avanti e che sono state presentate. Possiamo davvero dire, tra l’altro, di averle presentate tutte, perché abbiamo fatto una riunione con preside e vicepreside dove abbiamo presentato le nostre proposte, dandoci comunque un limite di tempo di sopportazione, come dire: ok, vi aspettiamo fino a un certo punto. Siamo arrivati al punto in cui abbiamo sentito tutti la necessità di dare una smossa un po’ più forte e di dare un corpo un po’ più pratico alle nostre rivendicazioni, quindi l’abbiamo fatto. Il Machiavelli è stato bloccato e stamattina ci siamo spostati al Capponi, dove abbiamo fatto un’assemblea straordinaria. Al Capponi abbiamo trovato due della Digos già dentro scuola insieme alla preside e alla vicepreside, che hanno assistito a tutta l’assemblea. Quindi insomma, la Digos è entrata dentro scuola senza lo scandalo di nessuno… Dopodiché abbiamo continuato a fare di fatto autogestione per tutta la giornata, abbiamo rifatto un’assemblea al Capponi e abbiamo deciso di proporre alla preside un’autogestione che prevedesse di restare a scuola anche dopo l’orario di tutti i giorni. Sono andati due rappresentanti al Machiavelli per dirlo alla preside, che ci ha ricevuto per cinque minuti perché aveva altro da fare. In questi cinque minuti non ha ascoltato assolutamente niente. A questo punto siamo tornati al Capponi e abbiamo detto: ci è stata negata l’autogestione, agiamo di conseguenza. Quando dopo il pranzo siamo aumentati di numero, siamo andati in corteo dalla preside. Abbiamo parlato con lei, dopodiché ci siamo riuniti di nuovo e abbiamo deciso di accettare la sua proposta di due giorni di autogestione, che prevede solo l’orario scolastico, ma abbiamo ottenuto che non vengano prese le presenze, non vengano messi voti in quei giorni, possiamo gestire noi le assemblee, chi vorrà in classe potrà andarci ma la presenza non verrà presa a lezione. I punti dell’autogestione sono questi. Siamo consapevoli che non è una protesta, è un accordo con lei, in cui però abbiamo vinto con le nostre rivendicazioni. Per due giorni non avremo voti, non ci verrà messa la presenza, e in questo abbiamo vinto, ma non ci fermiamo qua.

A: Il percorso che ci ha portato a oggi è stato abbastanza lungo, nel senso che dall’inizio dell’anno lavoriamo nella nostra scuola e con gli altri collettivi e tutti gli altri studenti. Il 27 ottobre abbiamo bloccato le nostre due scuole e tutti i bidelli hanno scioperato. Il 10 novembre è successo di nuovo, quindi una cosa che sicuramente proveremo a fare è mettersi in contatto con loro e provare a capire quali sono le loro rivendicazioni. Poi rispetto a quello che diceva M. su cosa abbiamo ottenuto, una cosa molto importante è il rimborso dei pasti e dei trasporti dell’alternanza scuola lavoro. Di fatto sarebbe garantito dalla legge 107, ma in molte scuole non è mai stato applicato. Anche la preside di scuola nostra pare se ne sia accorta quando glielo abbiamo fatto presente noi… La prima volta che glielo abbiamo detto ci ha riso in faccia: “Ma come, voi non mangiate a casa? Perché dovrei rimborsarvi i pasti?”. Invece ora di fatto ha ceduto e da lunedì farà una circolare in cui dice che tutti gli studenti possono portare lo scontrino del pranzo o il biglietto del treno o del bus, e gli verrà rimborsato.

M: Dato che la nostra priorità è l’opposizione all’alternanza scuola lavoro, questa è la cosa più importante. Non l’abbiamo abolita, però ci proviamo!

A: Poi abbiamo ribadito, anche se anche questo in qualche modo dovrebbe essere garantito dalla legge, che ognuno possa scegliere il proprio percorso e che non gli sia imposto. Quindi la preside ci ha promesso che “vigilerà” su questa cosa…

F: Quindi è bastata una giornata di minaccia di occupazione ad avere tutto questo, che mi sembra la cosa più importante. Spesso si fanno occupazioni che durano giorni, in cui si fanno assemblee magari belle e interessanti, da cui però esci senza aver ottenuto niente rispetto alle tue rivendicazioni più generali e a dei reali cambiamenti nella scuola. E’ successa un po’ la stessa cosa al Salvemini la scorsa settimana, anche loro hanno occupato per un giorno e hanno deciso di concludere l’occupazione e passare all’autogestione, ma solo dopo che il preside ha garantito di accogliere le loro richieste puntuali.

A: Certo. Oltre a questo, poi, continueremo a dire fino all’ultimo che l’occupazione, o anche in forma diversa l’autogestione, vuole essere il nostro modello di scuola. Il senso della scuola che vogliamo è questo: più libertà, più spazi. In queste esperienze di fatto ti riprendi queste cose.

M: Non abbiamo intenzione di rinunciare all’opportunità di mettere a conoscenza di cosa significa tutto questo anche tutte le persone che sono entrate adesso a scuola e non hanno mai fatto parte di un contesto di occupazione. Siamo tutti consapevoli del fatto che ok, questi tre obiettivi li abbiamo raggiunti, ma non è finita qua. Davvero, però. Non finisce con questi due giorni di autogestione. Anche perché sono sempre tutti a dire che siamo un unico istituto, un’unica cosa, ma per esempio la gli studenti della sede del Machiavelli non potranno fare l’autogestione e non potranno venire al Capponi a meno di fare assenza.

A: Quando dal Capponi siamo arrivati in corteo davanti al Machiavelli, che era chiuso col cemento, gli studenti ci hanno detto: “noi vogliamo venire e partecipare all’occupazione, ma ci hanno detto che se veniamo nell’altra sede non andiamo in gita, ci mettono un rapporto…”. Le minacce più varie e tra l’altro più assurde, perché che c’entra che se un giorno non vado a scuola non devo andare in gita? Come se la gita fosse un premio.

M: Non siamo usciti ancora dal modello di scuola che rifiutiamo. Abbiamo raggiunto una minima parte di quello che vogliamo, è una piccola vittoria. Per noi è comunque una vittoria, anche solo perché abbiamo ottenuto tutto questo in un giorno. Quindi sì, è una vittoria, ma è anche una grandissima dimostrazione del fatto che serve la nostra voce. Perché di fatto il rimborso dei trasporti e dei panini era già previsto dalla legge 107, finché nessuno dice niente però se ne sbattono. Quindi bisogna dirle le cose. E sarà così per educazione sessuale a scuola, per la distribuzione gratuita di assorbenti e preservativi, per tutto quello che vogliamo come studenti e studentesse. Finché non avremo queste cose, resteremo dentro la nostra scuola per ottenerle. Poi se l’occupazione non è per una settimana ma deve essere per un giorno ripetuto ogni settimana dell’anno si farà così, è più impegnativo, più a lungo termine, ci sarà da sputare il sangue ma lo faremo. Che non passi il messaggio che questo è un accordo pacifico tra noi e la preside o che finalmente abbiamo trovato un punto di accordo. Lei rappresenta sempre il muro che c’è tra noi e quello per cui stiamo lottando. E lo rappresenterà per sempre, finché non si mette dalla nostra parte. Il che è molto improbabile. Mi dispiace per lei…

A: Noi oggi forse eravamo pochi rispetto alla totalità della scuola, ma sicuramente non perché il resto della scuola rappresenta questa maggioranza unita e coesa contro le nostre idee. Anzi, è proprio il contrario: è vero che manca l’attivazione, ma l’odio nei confronti di questo modello di scuola e di chi lo porta avanti lo vediamo ogni giorno. Magari a partire da piccole motivazioni, ma l’odio c’è.

M: In ogni caso è molto relativo dire che eravamo in pochi, e soprattutto non è un dato rilevante ai fini degli obiettivi che vogliamo ottenere. Quello che ci interessa a noi è che in vari momenti della giornata persone diverse sono entrate in contatto con una realtà e degli obiettivi che probabilmente non avrebbero visto gli altri giorni. Che poi non siano rimaste dall’inizio alla fine, che magari ancora non sentano l’attivazione e la protesta come “loro” va bene, però in tantissimi sono venuti a conoscenza di questa cosa e ci sono entrati in contatto. Noi non siamo stati zitti e non siamo state zitte.

F: Avete già discusso di come continuare la protesta dopo questi due giorni di autogestione?

M: Se la preside non ci darà quello che ha promesso, perché siamo sicuri che non lo farà e che dirà che non lo può fare, allora che ci porti da chi lo può fare. Quello che io spero è che alla gente non basti. Che dopo questi due giorni la gente arrivi e dica: “non mi è bastato. Ho capito che cos’è che mi mancava e adesso lo voglio tutti i giorni”. L’occupazione non è un ricatto, ma ci serve a ottenere delle cose.

F: Mi sembra interessante com’è cambiata questa dinamica rispetto a qualche anno fa. Negli ultimi anni l’occupazione ha iniziato a essere vista sempre solo come una possibilità di vivere la scuola in maniera diversa, invece mi sembra che valga la pena soffermarsi sul ribaltamento che voi come altri studenti e studentesse state agendo rispetto a questa pratica. Mi riferisco all’utilizzare l’occupazione come un vero e proprio strumento di lotta. Voi dite: “non è un ricatto”. Però è un rapporto di forza che metti in campo, per cui stai dicendo: “Se non mi dai quello che voglio, ti costerà”.

A: E ti serve anche a uscire all’esterno della scuola, che forse è uno degli aspetti più interessanti.

F: Sicuramente durante l’Onda c’era un movimento grande, tutte le scuole erano occupate, quindi l’occupazione era sì un modo per autorganizzarsi nel proprio ambiente, ma anche per organizzarsi e scendere in piazza liberamente e tutti insieme. Tutti i giorni c’erano manifestazioni, proteste. Credo che sia importante vedere l’occupazione anche in questo senso, come uno strumento per agire anche fuori dalla scuola, non solo all’interno.

M: Sì, anche perché quello che praticamente fa l’occupazione è fermare tutto. Dal momento in cui fermi tutto puoi fare quello che vuoi. Possiamo esplicitare che non ce l’abbiamo con la dirigenza scolastica in sé, ma con un sistema più ampio, magari anche più difficile da combattere, ma che è importante indicare.