Tre interviste agli studenti che hanno occupato il Capponi

213

1. Il corteo, le cariche, la rabbia

(Il 7 ottobre, ndr) ci siamo trovati in San Marco la mattina e siamo partiti in corteo. Dopo aver fatto via Cavour, all’inizio di via Martelli, dove c’è la sede del liceo Galileo, ci siamo trovati le porte della scuola chiuse, sbarrate dalla preside, la quale preside era il motivo forse principale per cui i ragazzi del collettivo del Galileo quest’anno volevano occupare. E’ una preside che non concede loro spazi, non concede loro un’aula autogestita, che gli sta facendo una guerra politica ormai da diverso tempo, una preside con cui loro non riescono bene a convivere, e quindi è nata nel collettivo questa voglia di riappropriarsi della loro scuola.

Quando ci siamo trovati le porte chiuse abbiamo deciso di tentare di sfondarle, anche come gesto simbolico, per dimostrare che non è che ci fermiamo davanti a una preside che spranga i portoni per permettere ai ragazzi di occupare a una scuola. Dopo diversi minuti che tutto lo spezzone di corteo autonomo, quindi separato da Rsm (Rete degli studenti medi, “giovanile” della Cgil nelle scuole, ndr), tentava di sfondare il portone del liceo Galileo per entrare a occuparlo, il capo della Digos ha ordinato una carica. C’è stata una prima carica da parte dei celerini, poi ne è subito seguita una seconda e una terza. Questo a loro ha permesso di guadagnare terreno e quindi di farci indietreggiare. In queste cariche molte persone si sono fatte male, io stesso ho assistito un ragazzo che ha preso una manganellata in testa e che, veramente, gli sgorgava una quantità di sangue tremenda. Un altro ragazzo si è ferito alla palpebra, gli si è staccato un pezzo di palpebra.

Poi è successo che la rabbia di quel momento, la rabbia per la reazione della polizia di fronte all’esigenza dei ragazzi, è sfociata in un corteo che, molto più sentito di prima, si è diretto in Santa Maria Novella cantando cori principalmente contro la polizia, cori molto sentiti, molto partecipati. Faccio notare che noi abbiamo aderito al percorso che Rsm aveva approvato in Questura, che erano 500 metri di percorso pedonale, e questo lo dico per far capire che cos’è alla fine Rsm. Rsm è fare 500 metri di percorso pedonale da piazza San Marco a Santa Maria Novella passando tra centinaia e centinaia di turisti che sono lì a farti le foto, e ciò rende l’idea di cos’è per loro un corteo che invece dovrebbe essere una protesta, che dovrebbe avere anche un simbolismo legato al passare per dei punti chiave della città per avere visibilità… renderlo qualcosa di questo tipo è veramente molto triste, almeno per me.

Comunque, una volta arrivati in Santa Maria Novella, lo spezzone di Rsm, che in realtà era formato da 40-50 persone, era già arrivato, perché quando noi cercavamo di entrare al liceo Galileo e successivamente quando abbiamo subito le cariche da parte della polizia lo spezzone di Rsm è andato avanti senza minimamente preoccuparsi di quello che stava succedendo, senza minimamente preoccuparsi del fatto che dei ragazzi come loro, dei liceali, quindi ragazzi tra i 14 e i 18 anni, hanno preso manganellate dalla polizia, e sono andati in piazza Santa Maria Novella a suonare tamburi e cantare e ballare. Quando siamo arrivati noi invece, dopo appunto le tensioni che ci sono state in via Martelli e dopo quel percorso sentito che c’è stato dal Galileo a Santa Maria Novella, ci siamo presi una parte della piazza, a quel punto dissociandoci a nostra volta, per quello che era successo, da Rsm, e mettendoci tutti in cerchio a fare assemblea tra di noi per parlare di quello che era successo e per cercare di trovare dei punti in comune e un piano d’azione per, prima di tutto, cercare di occupare il Galileo. Poi era già emersa l’idea dell’occupazione del Capponi alle assemblee di organizzazione del corteo, quindi per parlare anche di questo.

Abbiamo fatto un’assemblea parlando di quello che era successo, di come sta dilagando la repressione in questi ultimi anni, e non solo ovviamente, perché lo vediamo dagli 86 processati (Processo alle lotte: tremila in piazza. “Siamo tutti colpevoli di lottare”). Successivamente lo spezzone autonomo del corteo riunito in assemblea si è a sua volta diviso in piccoli gruppetti e ogni scuola ha cominciato a fare il collettivo, ogni collettivo ha cominciato a fare la sua assemblea e ad affrontare quello che era successo, a cercare una risposta per quello che era successo. La reazione alle cariche della polizia è stata prima di tutto rabbia, perché è incredibile come in situazioni del genere la risposta che abbiamo da parte dello Stato sia la violenza, la violenza armata, quindi ordinare le cariche sul primo corteo studentesco dell’anno, su ragazzi di 15 anni, per l’occupazione di una scuola per motivi a parer mio validissimi, perché c’è una preside sceriffo che tra un po’ non permette nemmeno ai ragazzi di camminare nei corridoi, perché c’è l’ultima riforma sulla scuola che è passata che è un abominio, ma non solo l’ultima, e per altri motivi.

Forse potevamo incanalare la rabbia e la tensione del momento in qualcosa di più costruttivo, qualcosa che fosse più palpabile. Perché è vero che è stato bello, sicuramente produttivo e anche costruttivo, andare a fare assemblea tutti insieme dopo un momento del genere, e poi dividerci in collettivi. Però forse potevamo sfruttare l’episodio di repressione che si è palesato, tra l’altro in una giornata simbolo perché ci sarebbe stato il presidio sotto la prefettura per il maxi-processo agli 86 dell’Onda. Avremmo potuto fare qualcos’altro, ci sono state proposte del tipo “bene, a questo punto ci hanno caricato in via Martelli, non siamo riusciti a occupare il Galileo, andiamo al Capponi in corteo, entriamo al Capponi e occupiamo il Capponi”. Queste erano proposte che io personalmente condividevo, poi non sono state portate a termine quel giorno. Il collettivo del Galileo ha temporaneamente rinunciato all’occupazione rilanciando una settimana di flash mob e quindi di mobilitazione per ribadire ulteriormente il dissenso nei confronti di questa preside, che dopo che loro hanno manifestato la loro necessità di riappropriarsi della scuola in cui vanno tutti i giorni, ripeto per motivi principalmente legati alla preside, si sono addirittura trovati il portone sbarrato dalla stessa preside, e quindi hanno avuto conferme su conferme.

2. L’occupazione e la politicità della rivendicazioni

Lunedì mattina (10 ottobre, ndr) si è tenuta un’assemblea straordinaria prima di entrare a scuola ad occupare, per ottenere maggiore consenso e cercare di coinvolgere il maggior numero di persone del nostro istituto nell’azione che avremmo voluto compiere. In realtà così è stato, anche se non eravamo troppi ad entrare a scuola lunedì mattina. Comunque siamo entrati e abbiamo deciso da martedì di bloccare la didattica, perché non ci va bene la Buona scuola. Non si può nemmeno, a mio avviso, parlare di blocco della didattica, perché noi non vogliamo bloccare la didattica, noi vogliamo bloccare lo smembramento della didattica da parte di Renzi, lo smembramento da parte di Renzi della scuola pubblica, lo smembramento da parte di Renzi di tutto quello che la caratterizza, quindi dei principi base di uguaglianza, di condivisione, di solidarietà, di laicità che ad oggi non vediamo presenti nelle nostre scuole e non vediamo presenti nemmeno nei propositi da mantenere o comunque da raggiungere nel sistema scolastico italiano.

La Buona scuola è purtroppo un esempio della politica governativa generale, del nostro governo e anzi purtroppo dei governi che si stanno succedendo da anni nel nostro paese, il cui scopo è quello di uscire dalla crisi nella quale siamo entrati per qualche erroraccio economico sempre derivante dalle loro azioni guidate dal capitale, dall’interesse dei pochi che posseggono tutto. Ci siamo scocciati di essere sempre più privati della nostra individualità e del nostro spirito critico. Il nostro ideale di un modello di scuola applicabile a un ragazzo nel periodo adolescenziale di certo non è la scuola che ci propone la legge 107, non è una scuola che ti obbliga a fare 200 ore annuali di alternanza scuola-lavoro, le cui assegnazioni sono soggettive, dipendenti dalla scuola che toccano, e in cui lo studente è praticamente allenato allo sfruttamento futuro che caratterizzerà la sua attività anche una volta finito il liceo, anche una volta che tenterà di entrare nel mondo del lavoro. Perché la legge 107 va a braccetto con il Job’s act, che purtroppo oramai è una legge approvata da quasi due anni, in cui l’individuo è un applicatore dei loro principi, che sono basati su diseguaglianza, su non condivisione degli spazi… Sul turismo, sugli interessi economici delle grandi multinazionali, in una città come Firenze che sarebbe bene tenere con poche vetrine, perché di Firenze son belli i palazzi, i tetti, di certo non le grandi vetrine delle firme di via Calzaiuoli o di queste vie di lusso. Non è questo che vorremmo valorizzato nella nostra città, non sopportiamo più l’evidente tentativo di tagliare fuori dal centro cittadino gli abitanti veri e propri per metterci grandi complessi di residence, gli appartamenti in affitto, per fare i ristorantini cari però che sembrano autentici, un po’ radical… Queste cose non le vogliamo, non le vogliamo vedere applicate nella nostra città, non le vogliamo vedere applicate nel nostro paese e nel nostro piccolo non vogliamo che questa etica generale si applichi alla scuola attraverso la riforma che purtroppo anch’essa è stata approvata.

Poi sono uscite altre motivazioni date dai vari interventi della preside e dei professori, in particolare da quello di stamani (mercoledì 12, ndr), e sono rivendicazioni di tipo prettamente pratico e microcosmico, ovvero che riguardano il nostro istituto e la riapertura di alcuni spazi al suo interno che potrebbero avere un grande valore per l’intera componente della scuola. Accedere a una biblioteca ricca di libri come quella del Capponi sarebbe una grande conquista, perché sarebbe un luogo di aggregazione, un luogo di studio, un luogo di dialogo, un luogo di discussioni politiche, filosofiche, letterarie e tutto quello che potrebbe derivare dalla riapertura di una biblioteca in un liceo. Poi la riapertura di un teatro, che è chiuso dalla Città metropolitana che non si degna ovviamente di dare attenzione alle pratiche burocratiche della scuola italiana, ma che è soltanto impegnata a sgomberare qui, a svendere edifici pubblici là, come l’Asl di Santa Rosa o come molti altri edifici appartenenti al Comune totalmente sfitti, grandi palazzi storici che vengono venduti nell’interesse dei poteri forti, nell’interesse del denaro, e non nell’interesse di certo della comunità.

Questa potrebbe essere una sintesi delle nostre rivendicazioni, che sottolineo ancora, sono rivendicazioni che derivano da un percorso politico che gli studenti autorganizzati hanno messo in atto da un mese. Un percorso nel quale abbiamo condiviso e sottolineato l’idea comune di disagio e di rabbia che avvertiamo vedendo ripercosse le riforme e le loro logiche nella nostra società e quindi nella nostra scuola. Le rivendicazioni pratiche sono soltanto un esempio della rivendicazione politica. La rivendicazione pratica è la traduzione del concetto politico che è alla base del nostro ragionamento che ci ha portato ad occupare lunedì.

3. Buona-scuola, aziendalizzazione, lavoro gratuito

Per noi la Buona scuola ha il significato di essere uno strumento che serve alle classi dirigenti, se così le possiamo chiamare, oppure al governo, che non mira alla tutela e all’accrescersi del singolo cittadino ma vede il cittadino come uno strumento da utilizzare come un futuro lavoratore. Quindi attraverso la Buona scuola si incanala l’istruzione in un percorso di allenamento a essere futuri lavoratori sfruttati. Questo cosa significa? Significa che con l’alternanza scuola-lavoro gli studenti impareranno a capire che cosa significa dover lavorare, e fare lavori che possono non essere del tutto soddisfacenti. Almeno nel pratico, la nostra scuola ha visto l’alternanza scuola-lavoro come studenti che spendono 200 ore all’anno nel fare fotocopie o nel sostituire una parte lavorativa che le aziende potrebbero impiegare ma invece utilizzano studenti.

Ma non solo questo, dal momento che ci sono anche progetti come finanziamenti da parte dei privati nelle scuole e questo può comportare naturalmente una maggiore pressione da parte di tali aziende, che finanziano la scuola, per decidere il futuro dello stesso istituto che finanziano, quindi magari fare andare gli studenti per l’alternanza scuola-lavoro nella propria azienda. Tutto ciò viene naturalmente lasciato in mano alla preside, quindi viene dato più potere alla preside in modo che molte decisioni non vengano prese da un collegio o da altre istituzioni, se così possiamo chiamarle, ma dal singolo docente. Questo significa che tutto viene dato in mano a una singola persona, che secondo le proprie decisioni e i propri sentimenti, diciamo, può sentirsi libera di licenziare o meno un professore, chiamare o meno un professore… E questo cosa comporta, in merito anche all’aziendalizzazione della scuola? Che naturalmente i presidi potranno chiamare professori che sono strutturati su questo percorso nei confronti degli studenti, che quindi mirano a renderli schiavi, per così dire, della futura società che ci si prospetta davanti. Questo si riversa anche nel mondo universitario, sempre coi tirocini, e poi col Job’s act nel mondo lavorativo.